CLOSE


Dear readers, despite our commitment, Eutopia Magazine is forced to suspend its publications due to a lack of funds. Our adventure comes to an end for the moment but we hope Eutopia’s journey will resume soon. All our articles will still be available for reading. Thank you for having supported Eutopia until now.

This website uses third-party analytics cookies to collect aggregate information on the number of users and how they visit this site. If you need more information please click here. By closing this banner or accessing any of the underlying content you are expressing your consent to the use of cookies.

CLOSE
L'anti-utopia per le nuove eutopie
14.01.2016
- Languages: en

Nella prima metà del Novecento l’utopia ha conosciuto il più grande scacco della sua storia: il suo capovolgimento in anti-utopia.

 

Tra La macchina del tempo di H.G. Wells (1896) e Noi di Zamjatin (1924), ma soprattutto con Il mondo nuovo di Aldous Huxley (1932) e 1984 di George Orwell (1949), che rappresentano senza alcun dubbio le maggiori anti-utopie del secolo scorso, il non-luogo (ou-topos) di utopia si è capovolto da bel-luogo (eu-topos) a brutto-luogo, da sogno da inseguire a incubo da evitare.

 

IN BREVE

 

  • Se il Settecento è stato il secolo dell’utopia, il Novecento è stato senza dubbio quello dell’anti-utopia

     
  • Il mondo nuovo di Aldous Huxley e 1984 di George Orwell si sono di fatto rivelati delle diagnosi precoci di totalitarismo

     
  • La funzione critica dell’anti-utopia nei confronti dell’utopia è quella di rappresentare l’unica via possibile per la nascita di una nuova utopia

 

La causa è da ricercare nella critica alla positivistica fede cieca nel progresso scientifico e tecnologico, specie dopo che la Grande Guerra ne mostrò il potenziale catastrofico, mentre l’effetto è stato quello di incrementare la tensione verso il futuro, specie dopo che con Marx l’utopia ha accorciato le distanze dalla realtà, diventando il reale possibile.

 

Da quello scacco, a ben vedere, l’utopia sembra non essersi mai ripresa, tanto da poter affermare che, se il Settecento è stato il secolo dell’utopia, il Novecento è stato senza dubbio quello dell’anti-utopia – e il nuovo secolo non pare finora, da questo punto di vista, poter essere definito diversamente.

 

Non solo perché la tendenza letteraria pare tutt’altro che esaurita – dopo quelle della seconda metà del Novecento, sono ancora due anti-utopie ad aprire il nostro secolo (Dave Eggers, Il cerchio, 2013; Michel Houellebecq, Sottomissione, 2015) –, ma soprattutto perché i capolavori di Huxley e di Orwell hanno saputo cogliere nel segno.

 

Innanzitutto essi si sono rivelati, di fatto, delle diagnosi precoci di totalitarismo. La menzogna istituzionalizzata e la disumanizzazione dell’individuo, la falsificazione della storia e l’annientamento del passato, il monopolio della cultura e dell’informazione, il culto del capo come religione laica e la punizione contro l’eterodossia, il controllo totale dell’individuo e della società attraverso la psicologia applicata sono solo alcuni degli elementi che emergono, seppur in forme diverse, nelle due maggiori anti-utopie del Novecento, e che intuiscono perfettamente quelli che la filosofia politica ha poi indicato come i caratterizzanti del totalitarismo. 

 

Inoltre, gli incubi totalitari di Huxley e di Orwell sono rimasti realmente possibili, nonché per certi aspetti anche già diventati realtà, anche dopo l’età dei totalitarismi, perché hanno intuito, seppur in forme diverse, “l’ambivalenza più devastante, il paradosso che ancor oggi ci paralizza” e con cui si sarebbe concluso il Novecento: “La clamorosa contraddizione tra l’onnipotenza dei mezzi tecnici che il secolo ha trovato a disposizione – senza dubbio superiore a quella mai raggiunta in ogni altra epoca storica – e la drammatica incapacità da esso dimostrata di raggiungere, senza pagare un prezzo sproporzionato, pressoché tutti i propri fini (sociali, etici, politici)”, come scrive Marco Revelli in Oltre il Novecento.

 

Infine, quegli incubi totalitari, con particolare riferimento al Mondo Nuovo – in cui il totalitarismo è declinato, parafrasando Hannah Arendt, nei termini di ideologia e scienza applicata piuttosto che di ideologia e terrore (termini nei quali è stato invece maggiormente declinato in 1984) –, restano realmente possibili, nonché per ancora più aspetti già diventati realtà, soprattutto in un secolo, il nostro, che sembra sempre più essere, come da più parti è già stato definito, quello delle biotecnologie, tra neuroscienza, neurofarmacologia e ingegneria genetica.

 

Insomma, le intuizioni di Huxley e di Orwell hanno permesso alle loro anti-utopie di scavalcare i totalitarismi del Novecento e di essere sorprendentemente e incredibilmente ancora attuali, ben lontane, specie nel caso del Mondo Nuovo, dall’aver esaurito la loro tensione verso il futuro. Hanno spalancato le porte, in questo senso, a un’età dell’anti-utopia che ancora non si è conclusa, e che non si concluderà fino a quando non verranno sciolti i nodi irrisolti delle liberal-democrazie contemporanee ivi contenuti.

 

Affermare di essere nell’età dell’anti-utopia, tuttavia, non significa neanche minimamente sostenere la fine dell’utopia, come se la direzione presa dall’utopia nella prima metà del Novecento fosse irreversibile.

 

D’altronde, a ben vedere, nemmeno gli autori delle grandi anti-utopie, con particolare riferimento a Wells, Zamjatin e Huxley, nonché i sostenitori della fine dell’utopia, con particolare riferimento a Herbert Marcuse (La fine dell’utopia, 1967), hanno mai smesso né di riconoscere l’insostituibile esigenza dell’utopia, né di inseguire e rincorrere, in modi certo assai diversi, la prospettiva utopica – la cui funzione operativa e pratica per il futuro dell’individuo e della società, che Ernst Bloch ha insuperabilmente mostrato ne Il principio speranza (1954-1959), resta indiscutibilmente non solo unica, ma imprescindibile e necessaria, in particolar modo nei momenti di crisi.

 

La funzione critica dell’anti-utopia nei confronti dell’utopia, infatti, non è quella di decretarne la fine, ma al contrario, e forse paradossalmente, di rappresentare l’unica via possibile per la rinascita dell’utopia, di una nuova utopia.

 

In pratica, la sua funzione è quella “di richiamare l’attenzione su ogni possibile deviazione di qualsiasi progetto di organizzazione della vita degli uomini che perda di vista proprio il suo oggetto fondamentale: l’uomo stesso” (Luigi Punzo, “Conclusioni”, in M. Ceretta [a cura di], George Orwell. Antistalinismo e critica del totalitarismo. L’utopia negativa). Quella, in altre parole, di rappresentare l’imprescindibile memorandum delle degenerazioni totalitarie realmente possibili di qualsivoglia progetto futuro.

 

La rinascita dell’utopia, insomma, può avvenire solo tenendo costantemente presente la lezione dell’anti-utopia. E sarà una nuova utopia, metodologicamente basata su come evitare le sue degenerazioni totalitarie realmente possibili, completamente rinnovata dal confronto diretto con l’anti-utopia – che pertanto, si diceva, ne rappresenta il primo passo, l’unica via possibile della rinascita.

 

Un’operazione, quella del confronto, resa quanto più necessaria da quando, parafrasando Marcuse, esistono ormai tutti i mezzi materiali e intellettuali per realizzare le utopie; da quando, parafrasando Berdjaev, le utopie sono ormai realizzabili e bisogna piuttosto pensare a come evitarle, se il rischio è quello di una società più perfetta e meno libera.                                      

                                                                                                                                                                                                          

Un modello operativo concreto è rappresentato per l’Europa dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. Nell’articolo 3, intitolato “Diritto all’integrità fisica della persona”, al comma 1 viene specificato che “ogni individuo ha diritto alla propria integrità fisica e psichica”, mentre nel comma 2 viene specificato che “nell’ambito della medicina e della biologia devono essere in particolare rispettati; - il consenso libero e informato della persona interessata, secondo le modalità definite dalla legge, - il divieto delle pratiche eugenetiche, in particolare di quelle aventi come scopo la selezione delle persone, - il divieto di fare del corpo umano e delle sue parti in quanto tali una fonte di lucro, - il divieto della clonazione riproduttiva degli esseri umani”.

 

Quello dei diritti fondamentali rappresenta per l’Europa una nuova utopia, perché metodologicamente basata su come evitare l’anti-utopia. Nelle parole di uno dei firmatari della Carta, infatti, queste norme vogliono dichiaratamente “voler scacciare i fantasmi evocati dalle due grandi utopie negative del Novecento – l’incubo della produzione programmata degli esseri umani, che s’incontra nel Mondo Nuovo di Aldous Huxley, e la società della sorveglianza e della manipolazione totale di cui ci ha parlato George Orwell in 1984” (Stefano Rodotà, Il diritto di avere diritti).

 

In conclusione, essere nell’età dell’anti-utopia non significa chiudere le porte alla speranza. Significa, invece, maturare la consapevolezza che, dopo l’anti-utopia, l’utopia non potrà più essere la stessa, non potrà mai più essere come prima: ci potrà soltanto essere un’utopia metodologicamente basata su come evitare l’anti-utopia.

 

Significa, in pratica, che qualsivoglia progetto – politico, economico, legislativo, etico, sociale – deve costantemente confrontarsi e fare i conti con la lezione dell’anti-utopia.

 

Significa, in altre parole, che 1984 di Orwell e soprattutto Il mondo nuovo di Huxley devono costantemente ricorrere nel dibattito liberaldemocratico per la discussione su ogni progetto, su ogni utopia che, dopo l’anti-utopia, utilizzi il suo monito per tornare a costituire realmente una eu-topia. Eu-topia di cui l’Europa ha già un modello metodologico nella Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea. 

 

In termini filosofici, il capovolgimento del principio speranza in principio disperazione non intende sentenziare la fine dell’utopia, ma attivare il principio responsabilità per un’accurata analisi e riflessione sui fini e sui mezzi, affinché dalla tremenda lezione di realismo politico a cui l’anti-utopia inchioda l’utopia possa rinascere un principio possibilità nei termini di utopia ragionevole.

 

 

Further readings:


Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea, in “Gazzetta ufficiale delle comunità europee”, 18 Dicembre 2000.

 

Luigi Punzo, “Conclusioni”, in M. Ceretta [ed.], George Orwell. Antistalinismo e critica del totalitarismo. L’utopia negativa, Firenze, Olschki 2007.

 

Marco Revelli, Oltre il Novecento, Torino, Einaudi 2001.

 

Stefano Rodotà, Il diritto di avere diritti, Roma-Bari, Laterza 2012.

 

 

 


© Eutopia Magazine – creative commons