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Più storia meno memoria? Riflessioni sulle politiche del ricordo dell’Unione europea fra passato, presente e futuro
09.12.2015
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Alcuni anni fa lo storico inglese Tony Judt ha indicato due grandi fasi della memoria europea del secondo dopoguerra: la prima che ha preso forma dopo il 1945, la seconda dopo il 1989.

 

A suo giudizio, subito dopo il crollo del Terzo Reich, l’Europa sarebbe stata ricostruita – ad ovest come ad est – su una memoria fortemente selettiva imperniata su due capisaldi comuni: il mito della Resistenza come epica e corale lotta nazionale contro i nazisti e l’attribuzione alla Germania e ai tedeschi dell’esclusività della colpa per le sofferenze e i crimini della guerra.

 

IN BREVE

 

  • Secondo Tony Judt, la rimozione di alcuni aspetti della Storia europea avrebbe deliberatamente distorto la memoria collettiva dalla Seconda guerra mondiale in poi

     
  • Il Parlamento di Strasburgo ha promosso la costruzione di una comune memoria europea fondata su due cardini: la memoria della Shoah e il paradigma antitotalitario

     
  • L’eccesso di memoria può provocare problemi non meno gravi di quelli indotti dall’eccesso di oblio

 

Naturalmente dietro tale raffigurazione stava un corposo nucleo di verità: in tutti i paesi che avevano subito l’occupazione nazista erano sorti movimenti di resistenza più o meno ramificati e non c’è dubbio che sulle spalle dei tedeschi gravasse la responsabilità predominante per lo scatenamento della guerra e i più gravi crimini in essa commessi.

 

Tutto ciò però oscurava un altro aspetto della realtà storicamente altrettanto rilevante: la presenza ovunque di forze collaborazioniste che avevano attivamente spalleggiato il nazismo e il fatto che gravi crimini di guerra fossero stati commessi da tutti i belligeranti, compresi i vincitori.

 

La rimozione di questi aspetti avrebbe dunque marchiato il Vecchio continente con quella che Judt ha definito una “eredità maledetta” (a vicious legacy) nel segno di “una deliberata distorsione della memoria”, dell’“oblio come stile di vita”.

 

Il 1989, con la fine della guerra fredda e il ricongiungimento delle due Europe, è stato invece contrassegnato da un “eccesso compensativo di memoria” che le istituzioni hanno promosso in ogni paese per fondare, o rifondare, nuove identità collettive dopo il crollo del Muro di Berlino. Il processo si è indirizzato lungo due nuove direttrici memoriali.

 

A ovest, a partire dagli anni Novanta è stata la memoria della Shoah a guadagnare autonomia e propulsione fino a diventare “mito fondante negativo” della memoria europea.

 

In una Europa scossa dal ripetersi nei suoi confini, dopo l’implosione della Jugoslavia, di crimini atroci contro i civili e dal riapparire di manifestazioni di odio antisemita e razziale, la memoria della Shoah è assurta così a “narrazione unificante” con valore di monito contro il rischio del ripetersi del Male.

 

A est, invece, i paesi usciti da oltre quarant’anni di regimi comunisti sotto il controllo dell’Unione sovietica hanno proceduto a riedificare memorie nazionali rimaste a lungo congelate e hanno coltivato la memoria ancora scottante del comunismo, mostrando alcune differenze fra loro ma anche alcuni importanti tratti comuni.

 

Fra questi: la tendenza a esternalizzare il comunismo come mero frutto dell’imposizione attuata dall’Armata rossa; la conseguente raffigurazione delle società nazionali nei panni di vittime innocenti e l’esaltazione dell’ostinata resistenza popolare – attiva e passiva – ai regimi comunisti; la rivendicazione infine dell’assimilazione dei crimini del comunismo ai crimini del nazismo.


 
A partire soprattutto dalla seconda metà degli anni Novanta, nel pieno dell’accelerazione del processo unitario dopo Maastricht, anche le istituzioni dell’Unione europea sono intervenute sul terreno della memoria attraverso politiche del ricordo sempre più incisive.

 

Alla tradizionale narrativa europea della riconciliazione e della pace fra i paesi che si erano scannati nella prima e nella seconda guerra mondiale si è presto affiancata un’azione istituzionale – promossa soprattutto dal Parlamento di Strasburgo – per la costruzione di una comune memoria europea fondata su due cardini: la memoria della Shoah e il paradigma antitotalitario.

 

Dopo la dichiarazione del Forum internazionale di Stoccolma sull’Olocausto nel 2000, l’Unione europea ha trasformato progressivamente la Shoah in una sorta di religione civile a fondamento dei suoi valori primari di democrazia, pace e difesa dei diritti umani.

 

Come già fatto da numerosi Stati membri, anche a livello europeo il 27 gennaio era scelto come Giornata europea della Shoah e nel novembre 2008 il Consiglio dell’Unione europea approvava la Decisione quadro sulla lotta contro razzismo e xenofobia intesa ad uniformare la legislazione comunitaria attraverso l’adozione di una normativa antinegazionista.

 

All’allargamento ad est del 2004 e del 2007 faceva poi seguito una spinta crescente dei nuovi membri dell’Europa centrale ed orientale per l’adozione a livello comunitario di politiche della memoria incentrate sull’antitotalitarismo e l’equiparazione fra nazismo e comunismo.

 

A questo puntava la Dichiarazione di Praga del giugno 2008 che chiedeva di riconoscere comunismo e nazismo come “eredità comune” dei paesi europei, definiva i crimini del comunismo come crimini contro l’umanità, perorava l’istituzione di una specifica giornata europea in ricordo delle vittime dei due totalitarismi, auspicava la revisione dei manuali di storia europei e la nascita a livello comunitario di un istituto scientifico e di un museo dedicati ai totalitarismi.

 

Molte di queste proposte sono state recepite dalle istituzioni europee. Già nel settembre 2008 il Parlamento europeo ha istituito una “Giornata europea di commemorazione delle vittime dello stalinismo e del nazismo” scegliendo proprio la data suggerita dalla Dichiarazione di Praga, cioè il 23 agosto, giorno della firma nel 1939 del Patto Ribbentrop-Molotov, letto come accordo per la spartizione dell’Europa fra la Germania nazista e l’Unione sovietica.

 

L’anno successivo (aprile 2009) il Parlamento votava la risoluzione su “Coscienza europea e totalitarismo” che poneva al centro della memoria europea il ricordo dei due totalitarismi. Nel 2011 è nata la Piattaforma della memoria e della coscienza europea, un progetto educativo dell’Ue che ha sede presso l’Istituto per lo studio dei regimi totalitari di Praga.

 

Inoltre, già dal 2007 l’Azione 4 del Progetto “Europa per i cittadini”, istituito dal Parlamento e dal Consiglio per promuovere la “cittadinanza europea attiva”, ha previsto un cospicuo finanziamento destinato alla memoria delle vittime del nazismo e dello stalinismo.

 

Dalla prospettiva delle istituzioni europee, questo intenso investimento economico e culturale indirizzato alla creazione di una memoria comune dovrebbe rafforzare se non creare quei legami di appartenenza e di identità fra i paesi membri indeboliti dal fallimento del trattato costituzionale e – aggiungiamo – messi ancor più a repentaglio dagli effetti della crisi economica dopo il 2008, segnata da una contrapposizione interna all’Europa lungo l’asse nord-sud, dal diffondersi di movimenti populisti antieuropei, nonché dalla reviviscenza generalizzata di stereotipi antitedeschi.

 

Ma che effetti ha avuto la politica della memoria made in Bruxelles? Sul piano generale, essa ha ripreso e rafforzato alcuni indirizzi di fondo che, come si è visto, si erano già manifestati nel contesto europeo post-89: una raffigurazione molto semplificata del Novecento come secolo della violenza, dei crimini e dei genocidi scatenati dalle opposte ideologie totalitarie, nazista e comunista, con i rispettivi apparati del terrore; una veloce erosione (radicale nei paesi ex-comunisti) del paradigma antifascista rimpiazzato da quello fondato sull’antitotalitarismo; la sostituzione come figura centrale dell’eroe partigiano con quella della vittima, la vittima innocente delle stragi naziste e delle violenze comuniste; l’arrivo sulla scena memoriale dei cosiddetti “giusti”, ovvero uomini e donne comuni che si sono distinti in azioni di solidarietà e protezione nei confronti dei perseguitati dai regimi totalitari. Si veda a questo proposito l’istituzione della “Giornata europea in memoria dei giusti” votata dal Parlamento europeo nel 2012.

 

Nel tentativo di abbinare la Shoah e il paradigma antitotalitario, la Ue ha assunto con ogni evidenza come proprio modello la Vergangenheitsbewältigung tedesca, prima messa in atto da Bonn e, dopo la riunificazione, da Berlino.

 

Nel caso della Germania, non vi è dubbio che si possa parlare di un percorso virtuoso che ha mantenuto al centro della memoria nazionale la resa dei conti con i crimini del nazismo culminati nello sterminio degli ebrei d’Europa e ha poi integrato tale memoria con quella del regime comunista nella Ddr.

 

Ma il modello tedesco, legato alle esperienze storiche vissute dalla Germania, può essere “europeizzato”? È questo il tentativo cui stiamo assistendo grazie ad un’intesa sulle politiche europee della memoria che unisce la Germania ai paesi dell’Europa centrale ed orientale. Con quali conseguenze? Diciamo subito che quel che funziona bene nella vitale democrazia tedesca non sembra funzionare altrettanto bene a livello europeo, dove sono emerse varie ombre.

 

Innanzitutto, rimane attiva una frizione memoriale fra est e ovest caratterizzata da una persistente concorrenza fra le “vittime del Gulag” e le “vittime del Lager”. Dietro la forte insistenza da est sul paradigma antitotalitario è poi apparso in molti casi un atteggiamento asimmetrico, tutto sbilanciato nella condanna del comunismo, che ha finito per riabilitare come eroi della patria esponenti di spicco del collaborazionismo filonazista degli anni della seconda guerra mondiale, come ad esempio Ante Pavelic in Croazia, il maresciallo Antonescu in Romania, Josef Tiso in Slovacchia, per non dire dei giovani volontari lettoni delle Waffen-SS cui gli ex-commilitoni hanno dedicato alcuni anni fa a Tallin un monumento commemorativo come “combattenti della libertà”.

 

È giusto che i paesi dell’Europa occidentale prendano coscienza di cosa hanno rappresentato per l’altra metà d’Europa i decenni di dominio comunista, ma non al prezzo di riabilitare il collaborazionismo.

 

In questo modo si aggraverebbe infatti quell’"eredità maledetta” della Seconda guerra mondiale di cui parlava Judt. L’eccesso di memoria può provocare problemi non meno gravi di quelli indotti dall’eccesso di oblio.

 

Occorre pertanto chiedersi se non si debbano percorrere altre strade. Sono le stesse istituzioni comunitarie che hanno cominciato a interrogarsi in questo senso. Nel settembre 2013 un giovane funzionario del Parlamento europeo, Markus Prutsch, ha redatto una nota di grande interesse su La memoria storica europea: politiche, sfide e prospettive.

 

Si tratta di un acuto atto d’accusa contro le politiche della memoria fin qui intraprese dalla Ue. “Concentrare gli sforzi dell’Europa per un ricordo storico transnazionale dell’Olocausto, del nazismo e dello stalinismo” risulta, ai suoi occhi, “problematico” sotto vari aspetti: perché permane una “competizione palpabile” fra l’assunzione dell’”unicità dell’Olocausto” e quella dell”uguale atrocità di nazismo e stalinismo”; perché focalizzarsi sui totalitarismi esclude altri aspetti fondamentali dell’esperienza storica europea come ad esempio il colonialismo; perché “ridurre la memoria nazionale a nazismo e stalinismo, elevandoli a miti fondativi negativi, riduce gli stimoli a svolgere un esame critico degli stereotipi e dei dogmi della storia nazionale di ciascuno”.

 

Prutsch ha sollecitato, in alternativa, la nascita di una “cultura europea del ricordo” di tipo critico che l’Ue dovrebbe realizzare investendo non sulla memoria ma sulla storia, attraverso la promozione a livello dei singoli Stati membri di una rielaborazione del passato capace di leggere anche le “pagine più scomode” della storia nazionale, con uno sguardo sempre aperto al quadro più ampio della storia europea.

 

A questo scopo, ha indicato come campo di intervento privilegiato quello educativo, a cominciare dalla formazione degli insegnanti. Non dunque una memoria unica calata dall’alto, ma uno sforzo per diffondere un’adeguata conoscenza storica in tutti i paesi comunitari come presupposto di una pluralità di memorie europee fondate non sull’autovittimizzazione delle singole nazioni ma sul riconoscimento condiviso del percorso storico, traumatico e sofferto, che ha condotto all’Europa di oggi.

 

C’è da sperare che l’esortazione del giovane funzionario possa trovare presto ascolto istituzionale a Bruxelles.

 


© Eutopia Magazine – creative commons

 


Letture di approfondimento:

 

Filippo Focardi and Bruno Groppo (eds.), L’Europa e le sue memorie. Politiche e culture del ricordo dopo il 1989, Roma, Viella 2013.

 


Tony Judt, The Past is another Country: Myth and Memory in Postwar Europe, in The Politics of Retribution in Europe. World War II and its Aftermath, edited by I. Deàk, J.T. Gross, T. Judt, Princeton, Princeton University Press 2000.

 


Tony Judt, Dopoguerra. Come è cambiata l’Europa dal 1945 a oggi, Milano, Mondadori 2007.

 


Małgorzata Pakier and Bo Stråth (eds.), A European Memory? Contested Histories and Politics of Remembrance, New York/Oxford, Berghahn Books 2010.

 


Markus Prutsch, La memoria storica europea: politiche, sfide e prospettive, Bruxelles 2013.

 


Aline Sierp, History, Memory, and Trans-European identity. Unifying Divisions, New York/London, Routledge 2014.