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Café chantant e sale cinematografiche nella Napoli della belle époque
25.11.2015
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Sul finire dell’Ottocento, una grave calamità quale una epidemia di colera, da tempo scomparsa dalle capitali europee, colpisce duramente la città di Napoli, l’ex capitale del Mezzogiorno italiano. Pur tra limiti e ritardi ne scaturirà un lungo processo di ristrutturazione urbana, che vedrà accrescersi i tratti di città borghese, avendo perduto da un quarantennio i privilegi della città capitale.

 

IN BREVE

 

  • All'inizio del Novecento Napoli, è una grande capitale europea, all’avanguardia delle nuove forme della cultura di massa, come il cinematografo

     
  • L’autunno del 1890 può segnalarsi come l’inizio della bella epoca a Napoli

     
  • Nel mondo scintillante del café chantant, canto e danza si accompagnavano al teatro e a quella forma di parodia musicale che a Napoli prendeva il nome di macchietta

 

Tra Ottocento e Novecento Napoli fatica a inserirsi nella “rivoluzione industriale” che ammodernerà l’Italia del Nord, se non parzialmente grazie alla legge speciale del 1904 per l’industrializzazione di Napoli, voluta da Giolitti e scritta da Nitti. Ma si accentueranno i tratti di metropoli moderna, di livello e di respiro europeo.

 

Veduta di Napoli dal mare. Foto di De Beaucourp Gustav, 1858. Archivi Alinari, Firenze

 

Ma Napoli eccelle sempre nei più diversi campi della cultura: filosofi, letterati e giuristi ma anche ingegneri e architetti, la canzone come industria culturale, il grande successo del cinema muto. E poi sistemi fognari efficienti, grandi magazzini di livello europeo, iniziative imprenditoriali e lotte sociali avanzate.

 

Nonostante la tragedia del colera, tra Ottocento e Novecento Napoli è ancora una grande capitale europea, sempre ai vertici dell’alta cultura, ma anche all’avanguardia delle nuove forme della cultura di massa.


Era nell’antica metropoli al centro del Mediterraneo che si sviluppavano le prime espressioni dell’industria culturale, affermatasi poi largamente nel corso del Novecento.

 

Una pittoresca via di Napoli, Corso Vecchio Garibaldi. Foto di Alinari, Fratelli, 1900. Archivi Alinari, Firenze

 

Era una vera e propria industria il sistema costruito intorno all’affermazione e alla diffusione nel mondo della canzone napoletana. E ancora Napoli era la culla che vedeva nascere e crescere in Italia la novella arte del cinematografo.

 

È davvero la belle époque della città, non soltanto perché il Salone Margherita e il Gran Caffè Gambrinus rivaleggiano coi maggiori café chantants di Parigi. Le sue classi dirigenti hanno, per lo più, una loro dignità e si preoccupano anche degli interessi pubblici.

 

L’autunno del 1890 può segnalarsi come l’inizio della bella epoca a Napoli. Nell’ambito dei lavori di risanamento e ristrutturazione urbana del centro di Napoli, tra piazza Municipio e Santa Brigida, viene inaugurata la Galleria Umberto I, cuore della rinnovata vita commerciale e culturale cittadina.

 

 

La Galleria Umberto I a Napoli. Foto di Gustave Eugène Chauffourier, 1890-1900. Archivi Alinari-archivio Chauffourier, Firenze

 

Al di sotto della nuova e moderna Galleria, realizzata dagli ingegneri napoletani Emmanuele Rocco e Paolo Boubée, inizia la sua fortunata attività il Salone Margherita, lì collocato per l’intervento del sindaco, principe di Torella. Coi suoi 500 posti diventerà subito il più importante café chantant d’Italia, che nulla avrà da invidiare al Moulin Rouge e alle Folies Bergeres.

 

A pochi passi, tra piazza Plebiscito e piazza san Ferdinando, nell’antica Foresteria del Palazzo Reale, divenuta sede della prefettura, riapre, completamente rinnovato, il Gran Caffè, cui il nuovo titolare aggiungerà il nome del mitico re delle Fiandre inventore della birra, Gambrinus.

 

Mariano Vacca, che già possedeva il Caffè d’Europa lì accanto, all’angolo di via Chiaia, affidò la completa ristrutturazione dei nuovi locali all’architetto Antonio Curri, docente di architettura e ornato all’Università.

 

Porta Capuana a Napoli con Piazza San Francesco, giorno di mercato. Foto di Fratelli Alinari, 1900 ca. Archivi Alinari, Firenze

 

Una quarantina di pittori e scultori diedero vita a quella che Domenico Morelli definì “una delle più significative espressioni dell’arte napoletana del secolo XIX”.

 

Una piccola galleria d’arte in stile liberty e floreale, coi dipinti di Pratella e Irolli, di Casciaro e Caprile, di Migliaro, Scoppetta, D’Agostino. E i marmi di Jenny e Fiore, i bassorilievi di Cepparulo, gli stucchi di Bocchette, le tappezzerie di Porcelli.

 

Queste sale furono assiduamente frequentate da Gabriele D’Annunzio (che visse a Napoli, tra il 1890 e il 1892, la storia d’amore con la principessa Maria Gravina Cruyllas di Ramacca) a Salvatore Di Giacomo, Ferdinando Russo e Edoardo Scarfoglio, Matilde Serao e Roberto Bracco, Domenico Morelli e Eduardo Dalbono. Qui all’aperto grandi orchestre svolsero spesso le audizioni per la festa di Piedigrotta.

 

Piazza Cavour a Napoli. Foto di Fratelli Alinari, 1900 ca. Archivi Alinari, Firenze

 

Di sera quindi il Gambrinus era popolato di intellettuali e di artisti. Dopo la mezzanotte, come riportava nel 1891 la rivista musicale “La Tavola Rotonda”, il Gambrinus era invaso dagli aristocratici e dalle dame che sciamavano dai teatri lì intorno, il San Carlo, il Mercadante, il Sannazzaro.

 

Specialmente nel Salone Margherita, ma anche in molti altri caffè, si esibivano le chanteuses, diventate a Napoli sciantose. Erano vedettes parigine, come Yvette Guilbert, Louise Weber (immortalata da Toulouse Lautrec), Armand d’Ardy (‘A frangesa), la belga Cleo de Merode, le “romanziste” dal repertorio classico, le “canzonettiste eccentriche”, cha passavano dai brani sentimentali ai pezzi brillanti, le diseuses dalle voci smaglianti, le scatenate gommeuses del can-can.

 

Nel mondo scintillante del café chantant, illuminato dai primi impianti di luce elettrica, canto e danza si accompagnavano al teatro e a quella forma di parodia musicale, di bozzetto comico-musicale che a Napoli prendeva il nome di macchietta e trovò un grande interprete in Nicola Maldacea, per il quale molti testi scrisse il poeta Ferdinando Russo. A Napoli si stamperà anche l’organo ufficiale del caffè-concerto italiano, il “Cafè-Chantant”, che uscirà dal 1900 fino al 1925.

 


 

Essiccatoi per la pasta all'esterno del pastificio Michele Manzo di Torre Annunziata. Foto di Giorgio Sommer, 1890. Archivi Alinari, Firenze

 

Dagli anni Novanta quindi Napoli è la capitale italiana della belle époque e il Salone Margherita è il più affermato café chantant italiano. Sarà proprio il Salone Margherita ad avere anche un ruolo centrale nell’affermazione dello spettacolo cinematografico tra le classi alte napoletane. È qui che avviene, il 30 marzo 1896, la prima proiezione di pellicole Lumière:Una Levée de filet de peche, di soli 17 metri, riprende un gruppo di pescatori che tira in secco una rete dal mare a via Caracciolo, sembra dalle parti dell’attuale rotonda Diaz. Sempre del ’96 sono le immagini in movimento di Port et Vésuve e di alcune strade: Via Marina, Santa Lucia, Une rue (via Toledo). L’anno dopo, nel ’97, ci sarà anche un’immagine in movimento del Salone Margherita. Non mancherà fin dall’inizio tra i prodotti Lumière “dal vero” la tarantella.

 

Già nel 1898, primi in Italia, i Grandi Magazzini Italiani dei Fratelli Mele adottano il cinematografo per modernissimi scopi pubblicitari. Nel 1905 apriranno una sala cinematografica nella Galleria, che proiettava film riservati ai clienti dei Grandi Magazzini.

 

Piazza Dante a Napoli con il Foro Carolino. Foto di Fratelli Alinari, 1900 ca. Archivi Alinari, Firenze

 

Già nel 1898, primi in Italia, i Grandi Magazzini Italiani dei Fratelli Mele adottano il cinematografo per modernissimi scopi pubblicitari. Nel 1905 apriranno una sala cinematografica nella Galleria, che proiettava film riservati ai clienti dei Grandi Magazzini.


 
Ma gli stranieri amano il “pittoresco” di Napoli, sono grandi consumatori degli “stereotipi” accumulati nei secoli sui napoletani. Così nel 1903 l’americana Edison Manufacturing produrrà il documentario Eating Macaroni in the Streets of Naples, coi popolani che sollevano con le mani i maccheroni per portarli alla bocca.

 

Una sala stabile dedicata esclusivamente al cinematografo fu aperta sempre nella Galleria intorno al 1897 dall’imprenditore padovano Mario Recanati, che aveva fatto esperienza negli Stati Uniti.

 

Tra Ottocento e Novecento un “ambulante di spettacolo”, Menotti Cattaneo, venne da Taranto e aprì un baraccone di legno a Foria e poi un altro tra Porta Capuana e la stazione ferroviaria, dove si diffuse il cinema, specie nella forma molto apprezzata della “sceneggiata” tra le classi popolari della città.

 

Dalla metà del primo decennio del Novecento il cinema affianca il teatro e il caffè-concerto nei gusti culturali dei napoletani. Nel 1906 lo sviluppo del cinema è impressionante: a Napoli sono attive 27 sale cinematografiche, i giornali parlano di “morbo", di “epidemia”, di “cinematografite acuta” che ha invaso la città.

 

Il successo del cinema Internazionale a piazza Carità fu tale che la polizia dové sedare i disordini provocati dalla gran folla che premeva all’ingresso.

 

Un mese dopo i giornali annunciarono che veniva presentato “al Consiglio Tecnico un progetto per allargare piazza Carità per dare agio al pubblico che ogni sera si accalca per entrare al cinema Internazionale rendendo difficile la circolazione.” Napoli avrà anche una sorta di monopolio nell’editoria cinematografica.

 

Nel 1908 in Italia si pubblicano sette riviste di cinema, sei sono napoletane. Il cinema come la canzone napoletana sono aspetti della realtà produttiva di Napoli, ancora viva e diversificata prima della Grande guerra.

 

Le nuove tecnologie e l’avvento del sonoro conclusero questa fase storica, in cui il cinema si faceva a Napoli.

 

Nota
I testi di riferimento sono citati nel volume di Francesco Barbagallo,
Napoli Belle Époque, pubblicato dagli Editori Laterza (2015)

 

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