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Dittature. Il crollo dello Stato liberale in Italia, Spagna e Portogallo
08.01.2016
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Quando il 28 ottobre del 1922 i fascisti presero il potere in Italia in seguito alla Marcia su Roma, la maggior parte dei liberali italiani riteneva si trattasse di uno scenografico avvicendamento del potere e che presto l’esperienza di governo avrebbe normalizzato il movimento politico fondato da Benito Mussolini.


IN BREVE

 

  • La debolezza politica dei regimi liberali determinarono in Italia, Spagna e Portogallo sentimenti favorevoli alla trasformazione della situazione esistente in chiave autoritaria

     
  • In meno di tre anni la Marcia su Roma di Mussolini, quella su Madrid di Primo de Rivera e quella su Lisbona di Manuel Gomes da Costa trasformarono il volto politico dell’Europa meridionale

     
  • Le tre esperienze dittatoriali rappresentarono una delle possibili vie di stabilizzazione e restaurazione del potere della borghesia europea negli anni Venti

 

Anche per questo votarono senza problemi la fiducia, malgrado nel suo discorso di insediamento il leader fascista non avesse risparmiato le minacce nei confronti dei deputati e della massima istituzione rappresentativa del Paese.

 

L’opinione dei liberali era condivisa da una parte consistente della classe politica del paese, ma non dappertutto in Italia e in Europa: la Marcia su Roma e l’avvento al potere dei fascisti fece questa stessa impressione.

 

Tentativi di colpi di Stato e di svolte autoritarie si stavano diffondendo rapidamente in altri paesi d’Europa nei primi anni Venti, ma in nessun altro avevano avuto la forza e il successo avuto nel caso italiano. Per le destre rivoluzionarie e conservatrici di tutta Europa l’esperienza italiana divenne immediatamente un luogo di riflessione e maturazione politica.

 

In Spagna e in Portogallo, in particolare, la conquista del potere da parte del fascismo fu un evento determinante nell’indicare una prospettiva autoritaria e golpista vincente, e quindi replicabile: lo si può riscontrare leggendo la stampa del tempo, così come i rapporti degli ambasciatori.

 

Per molti osservatori spagnoli e portoghesi – come altrove in Europa –, la conquista del potere da parte di Mussolini rendeva pensabile un progetto di stabilizzazione autoritaria, auspicato da alcune aree politiche e da parte delle classi dirigenti europee all’indomani di un biennio di grandi agitazioni, e più in generale dopo una guerra totale (la prima) durante la quale, un po’ dappertutto, le istituzioni parlamentari erano state poste a margine della gestione politica o avevano mostrato molti limiti.

 

La debolezza istituzionale e politica dei regimi liberali nei decenni precedenti e l’incapacità di stabilizzare una base di consenso a favore di queste istituzioni determinarono in Italia, Spagna e Portogallo sentimenti che se non furono di consenso nei confronti di prospettive autoritarie, erano comunque favorevoli alla trasformazione della situazione politica e istituzionale esistente in chiave d’ordine.

 

Fu così che in meno di quattro anni la Marcia su Roma di Mussolini, quella su Madrid di Primo de Rivera e quella su Lisbona di Manuel Gomes da Costa avrebbero trasformato il volto politico dell’Europa meridionale.

 

Il susseguirsi di crolli delle istituzioni liberali andava in senso inverso rispetto ai livelli di crisi dei paesi coinvolti: non ci sono dubbi che la crisi della Repubblica portoghese nei primi anni del dopoguerra fosse molto più avanzata di quella in atto in Spagna e ancor più in Italia.

 

I movimenti che portarono alla fine dello Stato liberale nei tre paesi erano molto diversi tra loro, a partire dagli attori che se ne fecero protagonisti: mentre il movimento fascista comprendeva militari, ma era composto soprattutto da civili, anche se in alcuni casi ex combattenti, segnati dall’esperienza di guerra, i colpi di Stato spagnoli e portoghesi furono perpetrati da militari (sebbene nel primo caso la gestione militare fu pressoché esclusiva, mentre nel secondo i civili ebbero un ruolo rilevante).

 

Malgrado queste importanti diversità, tutti e tre i movimenti si caratterizzarono per la volontà di una trasformazione autoritaria delle strutture istituzionali – inizialmente più forte in Spagna e in Portogallo, a dire il vero –, per una notevole ostilità nei confronti della rappresentanza parlamentare e per il ripristino dell’onore nazionale tradito da governi imbelli e corrotti.

 

Non si può però dire che la caratterizzazione politica dei nuovi capi di governo fosse chiara al momento della presa di potere. In tutti e tre i casi, inoltre, il dialogo non istituzionalizzato, ma reale, tra alcune forze politiche che possono essere qualificate come antisistema, ma che si concepivano – e furono viste da una parte delle strutture istituzionali dello Stato – come classi dirigenti tradizionali e portatrici di valori nazionali, rese possibile questi rivolgimenti politici.

 

Gli anni successivi ai cambi di regime furono anni di continua evoluzione nei tre paesi. In Italia, dove la conquista del potere avvenne senza alcun conflitto significativo con lo Stato, nonostante l’ampia violenza esercitata nei giorni della Marcia, oltre che dei mesi precedenti, avesse portato una trasformazione definitiva del contesto politico, i primi cambiamenti istituzionali di rilievo mirarono in primo luogo alla legalizzazione dell’eversione e al radicamento del fascismo nelle istituzioni dello Stato, attraverso in primo luogo l’istituzionalizzazione della Milizia.

 

La limitazione dei diritti dei cittadini non fu però al centro della prima azione legislativa del fascismo. Particolarmente interessante da questo punto di vista è il caso della libertà di stampa: la legge per la censura venne discussa in Parlamento e firmata dal sovrano nel 1923, ma introdotta ufficialmente solo nell’estate del 1924.

 

Tuttavia, l’ostacolo alla quotidiana circolazione dei giornali di opposizione e dei grandi giornali liberali, fu perseguito e ottenuto con la violenza e con le minacce ben prima della Marcia su Roma e proseguì con l’ascesa al potere del fascismo.

 

Diversa la situazione in Spagna e in Portogallo, dove politiche repressive furono introdotte fin dal momento della conquista del potere per la presenza di conflitti e attori politici molto diversi rispetto a quelli italiani e anche per l’assenza di una forza politica e paramilitare come quella costituita in Italia dal Partito nazionale fascista e dalle squadre di combattimento, capaci di portare avanti una programmatica politica della violenza in una parte rilevante del territorio nazionale.

 

In questi paesi si rese quindi immediatamente necessaria la chiusura del Parlamento e di tutte le istituzioni rappresentative: una misura presentata come eccezionale, ma di fatto destinata a essere confermata per un lungo periodo.

 

Contestualmente questi regimi si dotarono immediatamente di ulteriori misure di controllo repressivo, come la proclamazione dello stato d’assedio e la censura della stampa e della libertà d’opinione.

 

L’avvio di politiche repressive in questi tre Stati era funzionale al mantenimento del potere e alla costruzione di un nuovo progetto politico, e in questo senso la dicotomia tra l’analisi della repressione e quella dell’acquiescenza e della partecipazione a questi progetti dittatoriali devono essere considerate parte di un unico progetto.

 

Tuttavia, come si è detto, i tre contesti richiedevano misure diverse: in Italia, ma soprattutto in Spagna, l’opposizione giungeva all’appuntamento della dittatura già sconfitta e duramente provata; diversa la situazione in Portogallo, dove, pur in presenza di una dura repressione, la necessità di eliminare le forze dell’opposizione negli anni Venti e nei primi anni Trenta fu vitale per la sopravvivenza stessa e la stabilizzazione del regime.

 

In tutti e tre i casi, l’avvio delle politiche repressive appare però significativo del rapporto tra ricerca dell’ordine e trasformazione del rapporto tra istituzioni e società alla base del nuovo regime, antiliberale prima ancora che reazionario, in cui la repressione deve essere letta anche, se non soprattutto, nella sua funzione di elemento di consolidamento del sostegno da parte di segmenti rilevanti della società.

 

Se si osserva poi la situazione di questi paesi da una prospettiva europea si può senz’altro registrare come con il 1923 si apra una fase generale di stabilizzazione della situazione politica ed anche economica in tutto il continente: le tre esperienze dittatoriali rappresentarono quindi una delle possibili vie di stabilizzazione e restaurazione del potere della borghesia europea negli anni Venti (anche se nel caso portoghese siamo di fronte ad una cronologia in parte diversa e più tardiva).

 

Elemento fondamentale nel consolidamento e nella considerazione anche internazionale di questi regimi fu l’idea che questi paesi non fossero pienamente capaci di governarsi tramite istituzioni veramente liberali e che le esperienze dittatoriali, insieme ad alcune altre dell’Europa centro-orientale, rappresentassero delle eccezioni giustificate dal ritardo dello sviluppo socio-economico e dall’arretratezza culturale.

 

I cambi di regime in Italia, Spagna e Portogallo e le reazioni collettive interne ed esterne dimostravano invece che proprio quell’Europa che, nell’immediato dopoguerra, era parsa aprirsi a istituzioni rappresentative e a moderne costituzioni liberali in misura maggiore di quanto fosse mai precedentemente accaduto, poteva essere messa molto rapidamente in crisi.


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