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Le feste nell'Europa di oggi fra sviluppo e declino
03.02.2016
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Per introdurre l’argomento prendo le mosse da una serie di affermazioni, che si tratterà di mettere al vaglio. Processioni, settimane sante, festività patronali si sono svuotate di senso e sopravvivono solo come spettacoli e occasioni per attirare i turisti.

 

IN BREVE
 

  • I grandi momenti di fervore collettivo si sono ridotti a celebrazioni stanche e ripetitive: pregiudizio o è davvero così?

     
  • La festa è un’esperienza nella quale si vive e si rinnova il senso di coesione con gli altri e il senso di appartenenza a qualche cosa di comune e condiviso

     
  • In Italia come nel resto d'Europa non esiste più quell’organizzazione del mondo legata all’agricoltura in cui le feste della tradizione si erano sviluppate

 

Non c’è più differenza fra festa, ferie e vacanza. Al piacere di stare insieme si è sostituito quello dell’eccesso e dello sballo, da viversi chiusi in se stessi o, all’opposto, annullando la propria personalità. Il carnevale è diventato una faccenda da bambini o da locali notturni.

 

I grandi momenti di fervore collettivo con il pensiero rivolto ai valori patriottici, in cui si sentiva palpitare il cuore all’unisono, si sono ridotti a celebrazioni stanche e ripetitive e la gran parte degli italiani il 2 giugno non sa neanche perché sta a casa dal lavoro. Prosperano le ricorrenze puramente consumistiche. Insomma, non esistono più le feste di una volta. Questa è la percezione diffusa e un po’ tutti, spontaneamente, senza ragionarci tanto su, sarebbero disposti ad avallarla. Ma è davvero così?

 

Per rispondere occorre prima tenere conto di una sorta di pregiudizio che sottende molti dei discorsi che si sono fatti e si fanno sulla festa, sia tra gli specialisti sia a livello di cultura diffusa, un pregiudizio che diversi studiosi hanno denunciato, ma che ha una particolare tenacia e capacità di ripresentarsi sotto forme diverse: si tratta del riferimento, il più delle volte implicito e non riconosciuto, a una “festa ideale”.

 

Più che in altri ambiti, quando si parla di feste si ha tendenza a dare valutazioni, ma per valutare occorre avere un canone, un criterio, un modello esemplare a cui commisurare l’oggetto sul quale ci si vuole esprimere.

 

Il modello al quale si paragonano le feste attuali per giudicarle è appunto quello della festa ideale. Un tale modello può variare a seconda dei casi, ma di solito presenta alcune caratteristiche qualificanti: la festa è un’esperienza collettiva nella quale si vive e si rinnova il senso di coesione con gli altri e il senso di appartenenza a qualche cosa di comune e condiviso; comporta un allentamento dei vincoli e delle prescrizioni sociali che le dà un valore liberatorio, ma sempre in un contesto di regole che ne limitano gli eccessi e i potenziali distruttivi; soprattutto, poi, mobilita le emozioni in maniera genuina, senza commistioni con moventi pratici, utilitari, economici.

 

Il ruolo della “festa ideale” è chiaro: bisogna avere in mente un concetto di festa astratto, quando dobbiamo parlare di feste concrete.

 

La festa ideale non è però quello che i sociologi chiamano un “idealtipo”, cioè una costruzione teorica che fornisce una griglia concettuale utile a capire determinati fenomeni: si presume infatti che sia reale; si sa, senza sentire il bisogno di provarlo, che esiste da qualche parte. Il fatto è che nessuna festa attuale le corrisponde, e così la si proietta nel passato: la festa ideale è quella d’altri tempi.

 

Si mette così in moto un meccanismo abbastanza comune, per cui il passato, che può andare dalle epoche più remote (è suggestivo pensare agli uomini primitivi che danzano in una grotta intorno a un fuoco sacro prima o dopo avere banchettato con la preda della loro caccia) all’altro ieri (magari la nostra infanzia), si colora di una patina di autenticità, perché è più prossimo alle origini, che per definizione sono il luogo (immaginario) della verità delle cose; un meccanismo nel quale la memoria esercita la sua attività di selezione enfatizzando, in positivo o in negativo, gli eventi, che risultano così sottratti alla loro dimensione reale. Qualcosa di analogo ai processi di invenzione delle tradizioni, dei quali gli storici hanno tanto dibattuto; ma anche qualcosa di analogo alla nostalgia per i Natali di quando eravamo bambini, metro di comparazione per i Natali attuali, sempre e necessariamente inadeguati.


 
Il meccanismo della festa ideale comporta infatti, con l’idealizzazione del passato, cui si guarda con un senso di nostalgia e rimpianto, la conseguente svalutazione del presente, considerato sotto il segno della decadenza, del declino, della mancanza di spontaneità e genuinità, e presuppone una dialettica fra puro-impuro, autenticità-contraffazione, incontaminatezza-inquinamento.

 

L’illusorietà di tutta questa costruzione si misura però non appena ci si rende conto che, a ben vedere, alla festa ideale si sono riferiti i discorsi degli uomini di tutti i tempi, dai laudatores temporis acti dell’antichità a oggi, sicché anche nel passato, luogo presunto della festa autentica, c’erano persone che criticavano le feste a loro contemporanee richiamandosi a un modello di festa ideale collocato in un passato ancora più remoto.

 

Così, ad esempio, faceva uno degli autori che maggiormente hanno influito sugli studi intorno all’argomento, Jean-Jacques Rousseau, che evocava la bellezza e genuinità delle feste antiche, ma così facevano anche gli antichi, quando stigmatizzavano la degenerazione delle feste a loro contemporanee.  

 

Il riferimento implicito alla festa ideale per giudicare le feste attuali non è soltanto presente nei discorsi della gente comune, degli opinionisti, dei politici o dei moralisti, ma si trova spesso anche dietro le ricerche scientifiche sull’argomento.

 

In due ambiti, in particolare, compare più di frequente: quelli degli studi sulle feste popolari (uso l’espressione, molto contestata sul piano teorico, perché rende bene e facilmente l’idea del soggetto di cui stiamo parlando) e sulle feste “civiche”. Durante la cena ufficiale di un convegno che si è svolto qualche anno fa, mi sono trovato a chiacchierare con un noto studioso di feste popolari.

 

Il discorso è caduto sul tema dei rituali sociali dei giovani d’oggi, officiati in luoghi come le discoteche o le palestre e sulle pratiche corporee che a tali rituali sono associate, dal piercing al tatuaggio; la reazione, immediata e spontanea, del noto studioso è stata la seguente: “bisognerebbe mandarli tutti a zappare la terra”.

 

Non è un’opinione che avrebbe espresso in un lavoro scientifico, chiaramente, e neanche durante una discussione del convegno, ma il fatto di averla manifestata è spia di un atteggiamento abbastanza comune, che svaluta la festa in discoteca, ma anche la festa tradizionale nella sua forma attuale, rispetto alla festa popolare come espressione di un mondo agricolo che, nella forma che la ha prodotta, non esiste più, ed è un peccato, perché in fondo era meglio allora.


 
Nel campo delle feste cosiddette “civiche”, cioè in quelle liturgie laiche in cui un gruppo sociale politicamente organizzato celebra se stesso, la descrizione scivola facilmente, e talvolta esplicitamente e anche programmaticamente, nella valutazione.

 

È evidente per tutti come la festa nazionale italiana non sia come la si vorrebbe: e cioè un momento di celebrazione dell’identità e della coesione di un popolo che si unisce intorno ai suoi simboli.

 

Ma qui non si può fare riferimento al passato, perché il 2 giugno non è mai stato particolarmente sentito; oggi, anzi, lo è perfino un po’ di più di quanto lo fosse trent’anni fa: il modello di festa cui commisurare la nostra si trova, anziché lontano nel tempo, lontano nello spazio, e lo si vede incarnato, ad esempio, dal 14 luglio dei francesi.

 

Intendiamoci: non c’è nulla di male ad avere nostalgia per la festa contadina che non c’è più o a perorare la causa della religione civile in Italia. Ma all’interno di discorsi di tipo morale, religioso o politico, da tenere distinti da un discorso che vuole essere scientifico, e chiarendo bene la differenza che c’è fra una festa ideale, che è più o meno auspicabile ma non esiste concretamente, e una festa reale. Soltanto avendo ben presente tutto questo si possono capire le feste di oggi.

 

Ci si può chiedere se esista, nell’infinita varietà delle forme del festeggiare, una serie di peculiarità europee, frutto di circostanze storiche, economiche, religiose particolari. È difficile rispondere positivamente: se da un lato ciascuna festa è diversa dall’altra e ogni calendario festivo ha una sua fisionomia, definita da circostanze storiche e culturali speciali e dall’altro lato è possibile circoscrivere alcuni caratteri antropologici generali condivisi un po’ da tutti, un tratto specificamente europeo della festa sembra sfuggire.

 

In realtà, forse, ciò che contraddistingue la nostra tradizione non è tanto un modo particolare di fare festa, ma piuttosto un modo particolare di concepire la festa, quello appunto della “festa ideale”, che come tale non esiste da nessuna parte ma che costituisce, per così dire, la proiezione dei desideri di uomini di lettere, studiosi, osservatori politici.

 

Da questo punto di vista, quello che caratterizza i dibattiti culturali europei sembra più essere la presenza di un’idea di festa, sempre ricercata, spesso perseguita, sovente rimpianta, che una festa reale.


Che cosa si deve pensare, allora, delle asserzioni con le quali ho esordito, se si evita di farsi influenzare dalla nozione di festa ideale che aleggia sopra di esse?

 

Da un’indagine sull’attualità che venga effettuata prescindendo dai nostri desideri e dalle nostre nostalgie emerge un quadro caratterizzato dalla presenza di molte occasioni festive, con elementi di differenza e continuità rispetto al passato.

 

Le feste “popolari”, ad esempio, hanno subito, in Italia come in altri Paesi (la Francia e la Spagna sono state, in particolare, oggetto di studi approfonditi sull’argomento) e con diverse modalità, una contrazione tra gli anni Cinquanta e gli anni Settanta; quando sono sopravvissute, hanno poi conosciuto una ripresa che è avvenuta a prezzo di una risistemazione, risemantizzazione e rifunzionalizzazione.

 

Si tratta di una situazione diversamente connotata nei vari paesi d’Europa, anche, spesso, in rapporto alle vicende della confessione religiosa dominante, ma che presenta tratti comuni, in quanto fenomeni come l’accelerazione di urbanizzazione e industrializzazione dopo la guerra e la crisi successiva, l’abbandono e poi ritrovamento delle campagne si sono verificati in tutto il continente.

 

Non esiste più, infatti, quell’organizzazione del mondo legata all’agricoltura in cui le feste della tradizione si erano sviluppate, e, all’interno di un mondo diverso, queste assumono differenti funzioni e significati.

 

Gli studiosi hanno descritto le loro metamorfosi riferendosi a diversi fattori: mutamento di luoghi, tempi e durata, maggiore fluidità e variabilità dell’organizzazione, omogeneizzazione dei rituali, spettacolarizzazione, aspetto più spiccatamente ludico, distensivo, o, all’opposto, a seconda delle prospettive di indagine e delle situazioni, parossistico, legame con la società di consumi, frammentazione dei gruppi sociali coinvolti e diminuzione della componente collettiva eccetera.

 

Si noti che, a meno di non ricadere nell’uso della categoria di “festa ideale”, tutte queste caratteristiche non costituiscono elementi assolutamente discriminanti fra passato e presente, perché in qualche misura c’erano anche prima, ma servono a capire qualcosa di più sulle variazioni cui la festa è andata incontro se intesi come linee di tendenza, non sempre effettive e da valutare caso per caso.

 

Variazioni hanno subito poi le grandi feste religiose del calendario liturgico universale, come la Pasqua e le ricorrenze mariane, sempre più legate, in ragione dei processi di globalizzazione e del fatto di essere ormai inscritte in una società interculturale, a gruppi ristretti di persone, ma in alcuni casi, come quello del Natale, estese, all’opposto, anche al di là del mondo cristiano.

 

Le feste private continuano a godere di ottima salute, a partire da quelle, come il matrimonio, che sono rimaste indenni dai mutamenti sociali e dalla secolarizzazione, e si è assistito a una proliferazione di nuove feste.

 

Le feste della famiglia (mamma, papà e nonni), Halloween e San Valentino costituiscono esempi di come la creazione di nuove ricorrenze abbia ricevuto un notevole impulso dopo la fine della guerra, in un contesto – quello della società dei consumi – che ne ha favorito l’insorgenza.

 

In Francia si è assistito alla sorprendente esplosione, nel giro di pochi anni, di una festa priva di radicamento tradizionale e programmata a tavolino dalle autorità: quella della Musica, appuntamento nato nel 1982 e ormai irrinunciabile per i francesi che si sta diffondendo anche nel resto d’Europa.

 

Intanto, la dissoluzione dei confini culturali collegata con l’incremento dei mezzi di comunicazione determina sempre più la diffusione di feste “etniche” e di occasioni cerimoniali nelle quali si mescolano elementi di varia provenienza.

 

In definitiva – e per rispondere alla questione dalla quale eravamo partiti – è vero che non esistono più le feste di una volta, o, meglio, che le feste che già c’erano hanno subito metamorfosi e altre sono nate.


Ma non si tratta di una decadenza, di un declino, di uno svuotamento di significato, di un inquinamento, del trionfo dell’artificio sulla spontaneità; si tratta della risposta a situazioni storiche e culturali diverse. Situazioni che hanno a che fare con fenomeni come la globalizzazione, la multiculturalità, lo sviluppo dei sistemi di comunicazione di massa, le esigenze e le vicende della società dei consumi.

 

Nonostante queste variazioni rimane intatto, comunque, quello che possiamo definire un impulso a festeggiare che non è mai venuto meno. E, a ben vedere, un tale impulso nasce forse dagli stessi moventi interiori che hanno dato e danno luogo alla creazione della festa ideale, dai quali sembra trarre vigore. In fin dei conti, dietro le feste di oggi come quelle di ieri si trova la volontà di vivere un’esperienza di condivisione, di sentirsi parte di un tutto, di liberarsi dalle costrizioni della vita quotidiana, di eccedere o di entrare in dimensioni diverse da quella ordinaria senza perdere se stessi, di sperimentare uno scarico emozionale appagante.

 

La festa ideale, in altri termini, non esiste da nessuna parte, ma le sue componenti sono presenti sotto forma di stimolo a festeggiare e diventano riconoscibili una volta che si sia rinunciato a dare giudizi di valore e si sia ammesso che la festa, anche se promossa dai venditori di cravatte (come quella del papà in America), dai venditori di fiori (come quella della mamma in Italia), dei venditori di dolciumi (come quella di San Valentino dappertutto) ha una logica che va al di là dei motivi pratici, utilitari, razionali, e risponde a moventi emozionali profondi che negli ultimi cento anni non sono declinati ma hanno cercato e trovato nuovi modi di esprimersi, come hanno sempre fatto.

 

Potrebbero trovare una rinnovata espressione in una festa “civica” europea? Il dibattito intorno alla questione si pone, piuttosto che su un piano descrittivo e interpretativo, che è quello sul quale ci siamo mossi, su un piano prescrittivo e di opportunità politica. In realtà la festa dell’Europa esiste già: il Consiglio d’Europa la celebra il 5 maggio e l’Unione europea il 9, ma chiaramente non ha granché attecchito.

 

Il fatto che sia stata costruita a tavolino non costituisce, di per sé, un ostacolo insuperabile al suo imporsi, come dimostra il caso della festa della musica appena ricordato.

 

Ma, dopo quello che si è detto, perché gli sforzi di chi vorrebbe fare del 9 maggio la festa nazionale europea abbiano possibilità di successo occorrerebbe che la nuova ricorrenza riuscisse a coinvolgere gli abitanti del Vecchio Continente toccando, per così dire, un tasto cui sono particolarmente sensibili, evocare qualche cosa di profondo, importante e condiviso: spetta agli analisti della società di oggi dirci se i sentimenti europeisti sui quali la festa dovrebbe far leva corrispondano a queste caratteristiche.

 

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